Cenni Storici * Parrocchia di Magrè * Santi Leonzio e Carpoforo lunedì 24 giugno 2019 Registrazione Login

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Chiesa parrocchiale dei Santi Leonzio e Carpoforo Riduci

La chiesa parrocchiale è dedicata ai SS. Leonzio e Carpoforo e sorge su un terreno rialzato di fronte a quella che in passato si chiamava Piazza e ora Piazza C. Battisti.

Cenni Storici

Verso la metà dell'800 la Chiesa di S. Benedetto, sorta nel '400 dove ora c'è la piazza, mostrava la necessità di un radicale restauro cui ci si accinse. Però il Parroco don Serafino Coppi, al suo arrivo in parrocchia prendendo atto della situazione diede l'incarico al capomastro Pietro Chioccarello di Piovene per la progettazione della nuova chiesa. I lavori ebbero inizio il 2 marzo 1846 e Consacrata dal Vescovo di Treviso il Beato Antonio Farina il 22 ottobre 1854. Nella costruzione della chiesa si cercò di riusare quanto c'era già nella chiesa di S Benedetto. Una nota curiosa può essere che dal 1854 al 1945 Magré ebbe due chiese intitolate ai SS Leonzio e Carpoforo perché anche l'antica parrocchiale del Cimitero Vecchio aveva gli stessi santi titolari. Il restauro compiuto negli anni 1986-88 non ha cambiato l'aspetto della facciata mentre ha consolidato le strutture e adeguato l'interno alle esigenze liturgiche attuali.

La facciata

Si presenta con eleganti e sobrie forme ottocentesche, un alto zoccolo, quattro possenti semicolonne con capitello ionico, un timpano ai cui vertici sono tre statue recuperate dalla chiesa di S. Benedetto rappresentano il Redentore (al centro), S. Benedetto (a destra), S. Zeno (a sinistra).

Nelle nicchie fra le semicolonne le statue dei Patroni opera di Valentino Saiz (seconda metà dell'800): ciascuno ha in mano la palma del martirio e un vasetto che può essere simbolo della vita che ha dato per la fede o dei medicamenti che da mendico in vita ha usato per curare i malati. Un leggero marcapiano divide gli intercolumni, al di sopra, al centro, la lapide che ricorda la dedicazione della Chiesa a Dio, ottimo massimo, attribuzioni che nella stessa forma D.O.M. erano di Giove in epoca romana, e ai SS. Leonzio e Carpoforo, la generosità di Domenico Piccoli e la data d'inizio dei lavori, condotti a termine dal popolo di Magré in sette anni. Ai lati si vedono due bassorilievi simmetrici con angeli osannanti che portano una palma e una corona simboli del martirio e della gloria che ne deriva.

Il sagrato

Abbiamo motivo di ritenere che sua forma primitiva si presentasse in pietra bianca; due gradini bassi lo innalzavano sul piano di strada. L'area era segnata da colonnine della stessa pietra, luogo di giochi per i ragazzi, soprattutto dopo la confessione del sabato e durante le vacanze. Le regole erano quelle dei quattro cantoni, il vantaggio che si poteva giocare in nove e alla necessità si usavano anche gli angoli della chiesa così si poteva essere più numerosi.

Il sagrato è stato rifatto una prima volta nel 1962, inaugurato il 14 ottobre da mons. Zaffonato. In questo restauro ha assunto l'aspetto attuale, mentre la pavimentazione attuale è stata completata nel settembre 1986.

L'esterno

Ai lati della chiesa ci sono le entrate laterali: quella di destra è adattata con una rampa per l’accesso delle carrozzine,  opera fatta per celebrare il Giubileo del 2000. Al di sopra si vede una bella meridiana eseguita con il restauro degli anni '80: la scritta esorta a far tesoro del tempo “Fili, conserva tempus”.

Atrio

Entrando nella chiesa parrocchiale attualmente troviamo un piccolo atrio che è stato ricavato di recente chiudendo lo spazio sottostante la cantoria, con una struttura tripartita che riproduce in scala il tessuto architettonico interno. Il restauro (1984-88) aveva tolto la vecchia bussola in legno scuro, che aveva la larghezza della porta centrale mentre le due laterali erano ad angolo retto quindi le porte corrispondenti della vecchia cantoria e del battistero erano in chiesa e non nell'atrio. A mio parere di tutte le innovazioni introdotte con il restauro questa è la più discutibile perché cambia la struttura originaria e il colore creando, soprattutto per chi guarda dall'interno, una struttura piatta e di colore uniforme al posto di una mossa e scura.

Lapidi

Quella a destra, sopra la porta del battistero, ricorda che la chiesa fu consacrata, per la prima volta, dal Beato Antonio Farina, allora Vescovo di Treviso, e fondatore dell'ordine delle Suore Mestre dei Sacri Cuori (conosciute come Dorotee). La lapide recita:

ILL. AC REV. D. D. ANTONIUS FARINA TARVISNUS PRO EPIS. VICEN. IO. IOS. CAPPELLARI ECCL. HANC SOLEM. DEDICAVIT X KAL NOVEMBRIS MDCCCLIV

Il testo latino è: lllusrissimus ac reverendissimus Dominus Dominus Antonius Farina tarvisinus prò episcopo vicentino loanne loseph Cappelle ri ecclesiam hanc solemn iter dica vi t ante diem decimunm Kalendas novembris anno millesimo octogentesimo quingentesimo quarto cioè L'illustrissimo e reverendissimo signore mons. Antonio Farina, vescovo di Treviso, per il vescovo di Vicenza Giovanni Giuseppe Cappellari dedicò solennemente questa chiesa il 23 ottobre 1854.

L'altra, a sinistra, sopra la porta della scala che porta alla cantoria vecchia SERAPHINUS COPPI AB A. MDCCCXLV AD A. MDCCCLXIII PAROCHUS OMNINO STIPE SUA COLLATA ECCL. HANC EREXIT ATQUE E ORNAVIT MACRADIUM GRATI ANIMI CAUSA. P. A. MDCCCLXVI

Il testo latino: Serafinus Coppi, ab anno millesimo octingen-tesimo quadragesimo quinto ad annum millesimum octin-gentesimum sexagesimum tertium parhocus, omnino stipe sua collata ecclesiam hanc erexit atque ornavit Macradium (cives) grati animi causa posuerunt anno millesimo octingen-tesimo sexagesimo sexto. La traduzione: Serafino Coppi, dal 1845 al 1863 parroco, messi insieme e offerti tutti i suoi averi, costruì e abbellì questa chiesa. I cittadini di Magré posero questa lapide per dimostrare la loro gratitudine nell'anno 1866.

Interno

L'attuale assetto è quello dell'ultimo restauro effettuato negli anni 1984-88 da don Mario Geremia su progetto dell'arch. Agostino Toniolo ed ha mantenuto sostanzialmente l'aspetto conferito dal restauro del 1939-40 quando era parroco don Giuseppe Orsolon.

La chiesa ha un'unica navata ben proporzionata. Le pareti sono scandite da paraste (finti pilastri) ioniche, in passato nelle feste solenni coperte con drappi rossi, esteticamente belli e utili per l'acustica. Le paraste hanno un alto basamento e dividono le pareti in tre spazi in ciascuno si iscrive un arco segnato da una cornice leggera: il primo e il terzo si aprono e per racchiudere gli altari laterali, i centrali invece sono solo segnati; in quello di destra c'è il pulpito in legno ormai non più usato, in quello di sinistra ora c'è la pala di S. Zeno in passato una nicchia con il S. Cuore, che ora si trova al 2° altre a destra, in basso le porte laterali.

Altari

I quattro altari laterali provengono dalla quattrocentesca chiesa di S. Benedetto ma sono evidentemente di epoca successiva, infatti, l'aspetto ci richiama all'età barocca, in forme più severe per il primo sia a destra che a sinistra, senza dubbio più ornati e fastosi quelli verso l'altare maggiore con doppie colonne tortili in marmo rosa, sormontate da elementi di trabeazione puramente decorativi e da statue la cui simbologia è facilmente intuibile. Questi ultimi, secondo la tradizione, furono donati dalla famiglia Capra.

Sulla destra: il primo è dedicato a S. Antonio di Padova, (statua di G. Cremasco) in un breve periodo prima del restauro fu occupato dal S. Cuore, il secondo era dedicato alla Madonna del Rosario, che ora si trova nel capitello in via Roma mentre qui c'è la statua del S. Cuore.

Sulla sinistra: il primo è dedicato a S. Giuseppe, la statua è ancora di Cremasco, il secondo alla Madonna Immacolata e reca la seguente scritta sul fregio dell'altare: D.O.M. CONSONA MACRADIS PIETAS IMMACULATAE CONCEPTIONIS ARAM DECOTARTURA NOVUM OBSEQUII MONUMENTUM LOCAVIT ANNO DNI MDCCXXVIII Deo Optimo Maximo. Consona Macradis pietas Immaculatae Conceptionis aram decoratura novum obsequii minumentum locavit. Anno Domini millesimo septingenesimo vigesimo octavo. La devozione adeguata, dovuta di Magré per l'Immacolata Concezione costruì l'altare con l'intento di decorarlo come nuovo segno di venerazione. Anno di Dio 1728.

La scritta latina ha questo senso letterale, però si può anche intendere in senso figurato che l'altare, nuovo segno della devozione dei Magredensi, sarà ornato con il devoto ossequio alla Madonna.

GLI ALTORILIEVI

Prima di passare a descrivere gli ornamenti della nostra parrocchiale mi pare interessante chiederci dove sia nata la tradizione di ornare le chiese con dipinti, statue, rilievi... e perché tale l'uso si sia perpetuato.

È lapalissiano che un bel quadro è più piacevole a vedersi di una parete uniforme ma, talvolta, gli ornamenti non sono bellissimi e, forse, il raccoglimento e la preghiera sarebbero favoriti dall'assenza di possibilità di distrarsi.

Ora è così ma in passato la maggioranza della popolazione non sapeva leggere e scrivere e quindi si ricorreva alle immagini per far ricordare ai fedeli gli episodi della Scrittura e delle vite dei Santi e l'insegnamento ad essi collegato.

Con il restauro del 1939-40 l'ornamentazione originaria che lasciava libero lo spazio con coronamento ad architrave piana è stata modificata e si sono aggiunti gli altorilievi. Ancora una notizia i rilievi, cioè le sculture che raccontano una scena, si chiamano bassorilievi se le figure hanno uno spessore non maggiore della cornice; altorilievi se invece le figure più massicce e possenti, hanno uno spessore che supera quello della cornice. È facile intuire che la diversa tecnica è legata al tipo di scena da rappresentare e dal tono che le si vuole conferire. Si intuisce che, in genere, il chiaroscuro intenso conferisce maggior drammaticità alla scena. L'autore dei nostri rilievi è il compaesano Angelo Gresele, il valore delle opere è diverso ma in alcune è notevole. Gii altorilievi sono otto, quattro per il lato destro e altrettanti per quello sinistro: a destra sono temi tratti dall'Antico Testamento, a sinistra quelli dal Nuovo e, partendo dalla porta centrale, il tema del sacrificio arriva all'altare maggiore, dove si compie il Sacrificio Eucaristico.

I testi che ho usato per illustrare gli episodi sono tratti dalla "Storia Sacra" di S. Giovanni Bosco.

Se vogliamo fare un commento estetico dobbiamo dire che l'autore si richiama a modelli classici, il riquadro è quasi sempre pieno, in modo che le figure, viste dal basso appiano imponenti, i muscoli possenti e ben torniti assorbono la luce come le pieghe delle vesti e danno il senso della drammaticità dell'evento narrato, mentre il modellato più morbido è riservato alle scene più serene.

IL SACRIFICIO DI ABELE

Caino ed Abele. Adamo ed Eva ebbero due figliuoli, uno per nome Caino, l'altro Abele. Caino attendeva alla coltura dei campi, Abele alla custodia delle pecore; ma d'animo e di costumi erano molto diversi. Caino, guidato da avarizia, ne' suoi sacrifizi offeriva a Dio i peggiori frutti della terra; Abele all'incontro, con animo buono e sincero offriva i migliori partì della sua greggia. Iddio per altro, che conosce tutte le nostre buone e cattive disposizioni, mostrò di gradire le offerte di Abele e di sdegnare quelle di Caino, il quale, mosso da invidia, fa grandemente irritato contro del fratello.

Iddio lo avvertì con bontà dicendogli: Perché sei così sdegnato? Opera bene, e mi sarai caro come Abele; altrimenti il peccato non tarderà a farsi strada nel tuo cuore. Caino disprezzò l'avviso del Signore e roso da invidia, fingendo amore verso Abele, gli disse un giorno: "Vuoi tu venir meco alla campagna!" All'invito l'innocente Abele accondiscese con allegrezza; ma, non sì tosto furono lontani dagli occhi dei loro genitori, Caino si avventò all'improvviso sul fratello e lo uccise. [Anno del mondo 129).

II fatto si è già compiuto, Abele giace a terra di scorcio sulla destra: i piedi al limite del riquadro, la testa volta verso il fondo in cui, in un luogo appena accennato con modellato morbidissimo, campeggia una colonna, immagine di Dio (la colonna di fuoco guida gli Ebrei nel deserto]. Caino, consapevole della sua colpa, nasconde il capo e sembra voler nascondere tutto se stesso; dalla sinistra arriva l'angelo che aggiunge un ulteriore elemento alla scena, modellata con pieghe profonde in primo piano, attenuate verso il fondo, dove è l'immagine di Dio.

IL SACRIFICIO DI NOÈ DOPO IL DILUVIO

Noè ringrazia il Signore. Uscito Noè dall'arca, vedendo che la terra era deserta e priva di abitatori, lui solo colla famiglia salvato in maniera sì miracolosa, compreso di gratitudine, innalzò un altare ed offerì un sacrificio al Signore. Quest'atto di culto esterno tornò a Dio di sommo gradimento, e in segno di benevolenza fece comparire sull'orizzonte una iride brillante, ossia l'arcobaleno, dicendo a Noè e a' suoi figliuoli: "Ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con la vostra discendenza; non vi sarà più diluvio per distruggere il genere umano e, quando vedrete il vario arco in cielo, ricordatevi dell'alleanza che ho fatto con voi"

 Una figura massiccia campeggia al centro e sembra reggere l'arcobaleno, simbolo del patto con Dio, il personaggio è Mosè, ma potrebbe essere anche il Padre ai cui piedi in questa ipotesi è Noè, assieme ai suoi familiari, di scorcio sulla destra. Sulla sinistra si affollano gli animali. La potenza della figure riempie completamente l'immagine che rende efficacemente il momento solenne del ritorno all'armonia del creato e alla normalità.

IL SACRIFICIO DI MELCHISEDEC

Melchisedecco era re di Gerusalemme, e nel tempo stesso sacerdote del vero Dio: vale a dire egli governava il suo popolo nelle cose spirituali e nelle cose temporali. Avuta notizia delle vittorie d’Abramo e del suo avanzarsi alla volta di Gerusalemme, gli andò incontro, offrì pane e vino a luì e al suo esercito, e benedicendolo disse: "Sia lodato l'altissimo Iddio, che vi ha dato in potere i vostri nemici, a Melchisedecco la decima di quanto aveva acquistato..."

 Melchisedec, sacerdote e re, è al centro e conferisce solennità a tutta la rappresentazione, riceve Abramo, vincitore che s'inchina a lui e attorno a loro tre soldati e due civili creano una scena d'insieme in primo piano, la scalinata accompagna lo sguardo verso la città lontana e i monti ancora più lontani.

L'immagine e quella di una città romana, anzi le due torri e le mura richiamano le mura aureliane e le porte di Roma. I costumi dei personaggi negli altorilievi sono romani. La scena riproduce nel modellato lieve la solennità della situazione. Per l'insieme e l'armonia della composizione questo è uno fra i più belli.

Va appena notato che l'offerta del pane e del vino è il primo simbolo nella Bibbia dell'Eucarestia.

IL SACRIFICIO DI ISACCO

Un anno dopo la promessa fatta dal Signore nacque ad Abramo un figliuolo, che fu nominato Isacco. Crescendo nel timor di Dio, formava la delizia de' suoi genitori. Volendo Iddio provare l'ubbidienza e la fedeltà del suo servo, un giorno gli disse: Abramo, prendi il tuo unico figlio, il tuo Isacco, a cui vuoi tutto il tuo bene, va' sul monte Moria ed offrilo a me in sacrifizio. Senza profferir lamento Abramo prepara la legna, ne carica un giumento, e accompagnato da due servi mettesi col figlio in cammino. Dopo tre giorni, giunto appiè del monte, comanda che ognuno si fermi, indi pone la legna sopra Isacco ed egli stesso portando in mano il fuoco ed il coltello insieme col figlio sale il monte. Cammin facendo Isacco disse: "Padre mio, ecco il fuoco e la legna, ora dov'è la vittima da sacrificarsi?" Mio figlio, rispose Abramo, il Signore ce la provvedere. Isacco ignorava fino allora che egli stesso doveva essere la vittima. Pervenuti alla sommità del monte, Abramo erge un altare, vi dispone la legna, lega il figlio, e sopra lo colloca. Isacco tace ed ubbidisce. "Abramo stende la mano, piglia il coltello e già vibrava il colpo per sacrificare il figliuolo, quando un Angelo del Signore grida: Abramo, Abramo, fermati, non far male al fanciullo, ora conosco che temi veramente il Signore, perciocché per ubbidire a lui non risparmiasti l'unico tuo figlio. " Abramo si arrestò, e volgendo lo sguardo videsi vicino un montone avviluppato colle corna fra i cespugli, che lietamente sacrificò in luogo del figliuolo. Iddio per ricompensare questa generosa ubbidienza di Abramo, lo benedisse, e gli rinnovò le tre promesse già fattegli nella terra di Canaan. Signore benedice sempre coloro che sono ubbidienti ai suoi precetti. (A. del m. 2145).

 La figura, massiccia di Abramo, in primo piano, è tutta tesa verso l'angelo che riempie la parte sinistra del rilievo e allunga il braccio su Isacco, sull'altare al centro e ancora ignaro di quello che sta accadendo.

Alla base dell'ara, sotto i piedi di Abramo è già caduto il coltello sacrificale. La volontà di Dio si è già manifestata e il rilievo è dolce perché non c'è più dramma: i corpi sono massicci ma formati con modellato tenue che dà segno della serenità che la manifestazione della volontà divina ha portato.

NASCITA DEL SALVATORE

Circa l'anno del mondo 4000, essendo pace per tutto e regnando nella Giudea Erode il Grande, sotto l'impero di Cesare Augusto, Maria SS. e S. Giuseppe, secondo la predizione dei profeti, si recarono per ubbidire ai decreti del romano imperatore in Betlemme, a far colà registrare il loro nome. Essendo tutti gli alberghi pieni di forestieri, dovettero uscire dalla città e ricoverarsi in una capanna, ossia specie di stalla, vuota d'abitanti e alquanto riscaldata da due animali. In questa povera abitazione nacque il Figlio di Dio, il Verbo eterno, il padrone del cielo e della terra, per confondere la superbia degli uomini. Questo fatto memorando avveniva il 25 dicembre all'ora di mezza notte, e se ne celebra ogni anno la memoria colla festa del santissimo Natale. Subito un angelo circondato di splendidissima luce si manifestò ad alcuni pastori, che vegliavano alla custodia del gregge, annunziando loro la nascita del Messia e dando loro sicuri indizi del luogo ove l'avrebbero potuto trovare. In quel momento una moltitudine di celesti spiriti fece risonar per l'aria quelle parole di gioia: Gloria a Dio nel più alto dei Cieli e pace in terra agli uomini dì buona volontà. A questo annunzio festosi i pastori si recarono al luogo segnato dall'angelo e vi trovarono il celeste bambino. Come l'ebbero riconosciuto e adorato per loro Salvatore, colmi d'allegrezza ritornarono là donde eransi partiti. Otto giorni dopo la nascita il Divin Salvatore fu circonciso, e gli fu posto l'adorabile nome di Gesù, che vuol dire Salvatore, siccome l'angelo aveva ordinato.

Il bambino è deposto nella mangiatoia e i genitori, con affetto rispettoso e consapevole lo guardano estasiati. I loro corpi sembrano avvolgerlo tutto per proteggerlo ma non nascondono le forme del piccolo nudo al centro della scena. In alto, dietro è l'angelo che volge viso e attenzione fuori della scena accennando con il braccio alzato che la natura del bambino è celeste, che fuori ci sono gli angeli che annunciano l'evento e i pastori che arrivano per adorare il bambino.

Il modellato è tenue, la luce vi si posa con dolcezza, l'unico tratto di colore è dato dalle aureole: quello che accade qui non è solo un fatto umano, non è una nascita qualsiasi. Va notato che i corpi hanno uno spessore, una profondità (notare il piede della Madonna fuori della cornice) ma il modellato è segno del 'tono' sereno della narrazione anche se un colle sullo sfondo ricorda il Golgota, come nella più antica tradizione dell'iconografia della Natività.

GESÙ PRESENTATO AL TEMPIO

Quaranta giorni dopo la nascita, Gesù fu da Giuseppe e da Maria presentato nel tempio al vecchio Simeone, cui era stato rivelato che prima di morire avrebbe veduto il sospirato Messia. Appena l'ebbe tra le braccia provò tale piena di gioia, che esclamò: Ora lascia, o Signore, che il tuo servo se ne muoia in pace: poiché gli occhi miei hanno veduto il Salvatore da Te inviato ad illuminare le genti e a portare la salvezza ad Israele.

Si trovò parimenti nel tempio una vecchia di nome Anna, donna di singolare virtù e dallo Spirito Santo fornita di lumi straordinari. Riconoscendo essa nel presentato Bambino il vero Dio fatto uomo, prese ad annunziarne la venuta a tutti coloro che lo aspettavano. In memoria della presentazione di Gesù nel tempio noi celebriamo ogni anno la festa della Purificazione.

Ancora   una   scena   tranquilla, un modellato tenue, una struttura sullo sfondo, gradini in primo piano per dare un senso di profondità, di uno sgranarsi di presenze che affollano il tempio e animano l'episodio evangelico: Gesù al centro, in braccio a Simeone che con un gesto perentorio indica il cielo: il Messia, la divinità del bambino che ha in braccio, i genitori, compresi dell'importanza di quel figlio: Maria commossa abbassa il capo, Giuseppe sembra attonito, sostiene la moglie e tiene al braccio la gabbietta delle colombe da offrire, un simpatico particolare nella solennità del momento.

GESÙ NELL'ORTO DI GETSEMANI.

Giunto Gesù: pie del monte degli Olivi entrò in un orto della vicina valle detta Getsemani Disse poi agli altri Apostoli che si fermassero, ed Egli, con Pietro, Giacomo e Giovanni andò alquanto più in là per fare orazione. Questo fu appunto il luogo, dove il Salvatore sentì tutto il peso delle miserie umane, che volontariamente si era addossate. Pregò, e tutto attristato disse ai discepoli: L'anima mia patisce una tristezza mortale. State qui e vegliate con me. Avanzatosi tutto solo quanto un trar di pietra, pregò di nuovo: Padre mio, se è possibile, passi da me l'amaro calice della passione; per altro non si faccia la mia, ma la tua volontà. Continuando a pregare più intensamente cadde in agonia, e tale fu la veemenza del dolore, che diede in un copioso sudor di sangue, il quale bagnate le vestimenta, a goccie o goccie grondò fino a terra. In quel momento gli apparve un angelo, che lo consolò. Dopo quella lunga preghiera fe' ritorno ai tre discepoli e trovandoli addormentati, disse loro: Così dunque non avete potuto vegliar meco neppure un'ora! Vegliate e pregate, affinché non cadiate sella tentazione.

La postura del corpo di Cristo ci fa capire il dramma, la natura umana che soffre e conosce, attraverso la natura divina la sofferenza che attende il Salvatore per compiere la sua missione di amore. Partecipe del dramma è l'angelo che porge il calice. Tutto il resto è una serena notte di primavera: le possenti sagome degli ulivi e di sguincio i discepoli addormentati. Il dramma è tutto in primo piano e si consuma tra il Cristo e il Padre che non compare nemmeno come simbolo e sta lì, dove siamo noi spettatori, causa di tanto dolore, ma anche destinatari di un amore così forte.

FLAGELLAZIONE, CORONA DI SPINE, CONDANNA A MORTE.

Consegnato Gesù nelle mani dei soldati, questi lo spogliarono delle vesti e tanto lo flagellarono, che il suo corpo, come predisse baia, dal capo a' piedi era una sola piaga. Per ischernirlo poi come Re, lo vestirono di uno straccio di porpora e, fatta una corona di pungentissime spine, gliela conficcarono sul capotandogli per scettro una canna Di poi inginocchiandosi davanti, dicevano:Ti saluto, o Re de' Giudei. Appresso fa ricondotto a Pilato, il quale ne rimase commosso e, salito sopra una loggia, mostrollo al popolo dicendo: Ecco l'uomo. Ma i Giudei, lungi dall'averne pietà, gridarono più furenti; Crocifiggilo, cricifiggilo. Alle quali istanze Pilato soggiunse:Volete che io crocifigga il vostro Re? Risposero: Noi non abbiamo altro Re che Cesare. Egli replicò: Prendetelo adunque voi, io non trovo in lui colpa alcuna. Coloro vie più schiamazzando ripigliarono: Noi non abbiamo potere di far morire alcuno, ma secondo la nostra legge egli deve morire. Se tu lo liberi, sei nemico di Cesare, perché costui facendosi re si ribella a Cesare.

Pilato, vedendo non poterlo tu alcun modo liberare, anzi crescere il tumulto, fecesi portare dell'acqua, e in presenza di tutto il popolo si lavò !e mani dicendo la seguente protesta: lo sono innocente de! sangue di questo giusto, pensateci voi. Tutto il popolo, cieco pel furore, a guisa di frenetico gridò: Il sangue di costui cada sopra di noi e sopra i figliuoli nostri. Dopo di che Gesù venne da Pilato lasciato in balìa dei carnefici, i quali come gli ebbero fatto patire ogni sorta di strazio lo rivestirono del suoi abiti e gli posero sulle spalle una croce.

Il braccio minaccioso del soldato si alza sul capo di Cristo e una selva di braccia minacciose lo circondano mentre la figura del Salvatore, coronato di spine, si staglia al centro con una dolorosa, imponente presenza. Tutto intorno un gridare e picchiare ma Pilato, quasi creandosi con la sua decisione una nicchia che gli permette di non essere più partecipe dell'azione, sembra giocare con l'acqua del bacile che sta poggiato su una colonnina tortile creando un momento di luce piana e un risentito chiaroscuro che divide la scena in due parti entrambe ugualmente espressive.

DIPINTI

Continuando nella visita alla chiesa parrocchiale, guardiamo ora i dipinti che la ornano e sono concentrati nell'abside. Alcuni fanno parte dell'ornamento originario, altri invece sono stati aggiunti con il restauro degli anni '80. Cominciando dal presbiterio: la 'cupola' e l'affresco di fondo, dietro l'altare maggiore sono di Giuseppe Pupin e risalgono al 1862.

Sopra l'altare maggiore è l'affresco che rappresenta il Padre fra nuvole e angeli; una scalinata di nuvole sembra crearci una via che portare lo sguardo lì dove c'è la figura più importante e centrale del Padre: un uomo anziano vigoroso e possente, con fluente barba bianca (segno saggezza e ponderatezza) il triangolo di luce dietro il capo e la sfera celeste da lui creata, raggi di luce emanano da lui e vanno verso gli angeli che a gruppi e in varie forme e pose delimitano il cielo. I colori usati sono i toni del violetto-rosa e del giallo, per dare rilievo alla luce) mentre la vesti degli angeli una in rosso cupo e una in verde con cinto rosso danno dei punti di gradevole contrasto. Nei pennacchi i quattro evangelisti, rappresentati dai rispettivi sim-| boli completano l'insieme armonioso e gradevole allo sguardo, per la composizione e per l'intreccio dei colori, attualmente è l'opera migliore e senza dubbio o meglio la meglio conservata.

Dall'alto un corteo di angeli, procede verso lo spettatore. I due che precedono il corteo tengono in mano i segni del martirio e della gloria: corona d'alloro e palma del martirio. Una colonna accenna ad un tempio rotondo o un palazzo. Davanti alla struttura architettonica un trono in pietra da cui un personaggio vestito di rosso (imperatore o governatore di Aquileia a seconda della tradizione che si vuole seguire) pronuncia la sentenza di morte. Ai piedi del trono stesso i due martiri già soffusi di un aureola di luce che però dà l'impressione di un pallore di morte e che stona con i colori caldi della pittura. Il carnefice è pronto a colpire. Sotto il popolo, rappresentato da donne con fanciulli mostra l'orrore di quanto sta per accadere (le donne e i bambini sono attenti ai fatti della religione e dello spirito, l'elemento maschile è presente solo fra gli addetti ai lavori).

La composizione è disarmonica perché l'attenzione è concentrata al centro del triangolo che ha ai vertici l'imperatore, i soldati, lo spazio fra il gruppo delle donne e il soldato con il bambino, ma lì c'è il prato. Se però guardiamo il dipinto dalla chiesa ci accorgiamo che il prato è completamente coperto dalla cupola del tabernacolo dell'altare.

Ai lati del presbiterio sono due tele di Giuseppe Faccin, firmate e datate 1900

Sulla destra è l'Ultima cena, prova non esaltante e ripetitiva di uno schema consueto, il Cristo al centro, e gli Apostoli attorno in varia positura, secondo l'iconografia tradizionale, a fianco si riconoscono S. Pietro e S. Giovanni. La scena in sé non ha grandi possibilità di variazioni e complessivamente, il quadro appare spento.

Sulla sinistra, molto più vivace nei colori, nella rappresentazione dei personaggi è il quadro di fronte al precedente che raffigura Gesù e i fanciulli: le mamme portano i figli a lui. Dietro un muro, in prospettiva che dapprima digrada e poi scende verso il Cristo a sottolineare che il centro è lì e lì si deve volgere l'attenzione. Un albero sembra sottolineare questo concetto. In lontananza un paesaggio, somigliante ad un presepe, si nota un tentativo di movimento dato dalla piccola folla dei bambini e delle donne, notevole è proprio l'attenzione alla rappresentazione dei corpi dei fanciulli, raffigurati in modo e vestiario diverso a seconda delle età. In complesso le opere rivelano un pittore alle prime prove e ancora impacciato nell'esprimere un linguaggio che non padroneggia ancora.

Al centro della chiesa è l'affresco che ha avuto la vita più difficile e tormentata, appena tornato al suo aspetto primitivo, dopo che un restauro degli anni '80 gli aveva dato una tonalità verde che non ne restituiva tutto il pregio. L'autore è Alberto Boschetti e fu inaugurato il 7 novembre 1897, il soggetto è ancora legato ai SS. Patroni e ne raffigura il martirio e, come nota Don Domenico Casalin, prende spunto da questo per celebrare il trionfo della Chiesa sul paganesimo.

I due martiri sono portati in cielo da tre angeli osannati su un drappo gonfio, che diventa un piedestallo lieve e vibrante. Alla serenità del cielo fa da contrasto l'affollarsi di personaggi e elementi inanimati sulla terra, i corpi dei santi (completamente esangui) sono trasportati su bianchi sudari al sepolcro, accompagnati da una processione di angeli mentre un idolo giace spezzato a terra, in lontananza un tempio sta rovinando: la croce trionfa su tutto.

Anche questo è una prova giovanile dell'autore che dà un buon respiro alla composizione ma accentua forse esageratamente l'aspetto retorico che finisce per soffocare il tema del martirio da cui è partito.

Il restauro degli anni '80 ha aggiunto due dipinti: la pala di S. Zeno, portata qui per conservarla dopo il restauro del 1978. Riporto qui il commento di A. Dani: Lavoro di buona composizione, che si raccomanda, soprattutto, per il bel paesaggio serotino, acceso d'improvvisi bagliori e per la monumentale ed intensa figura del Santo. Il suo autore, finora ignoto, un onesto provinciale tipicamente vicentino, va ricercato nella cerchia di Costantino Pasqualotto, a meno che non si tratti del Pasqualotto stesso, come lascerebbero intendere talune sigle morelliane (il tronco scheggiato in primo piano, i grossi putti stuporosi le mani carnose ed abnormi ecc.). (La voce della parrocchia di Magré, numero straordinario, 23 giugno 1963). Posso aggiungere che il tronco in primo piano può essere interpretato come simbolo dei boscaioli veronesi che avrebbero dato origine al culto del Santo in epoca scaligera o al fatto che il dipinto è stato offerto in memoria di un defunto (albero tagliato, vita stroncata); per il resto l'immagine è quella tradizionale del vescovo e sul pastorale è il ricordo della leggenda secondo cui un mendicate che avendo ricevuto due pesci dal vescovo in elemosina gliene rubò un terzo che non riuscì a cuocere.

S. Giovanni Battista - Il dipinto di tonalità coloristiche molto scure ha in sé un certo fascino solenne. L'autore, non sprovveduto, fu attivo nei primi anni del Seicento. Il quadro fu collocato sopra il fonte battesimale, originario della prima chiesa di 5. Benedetto e ritrovato nell'orto della canonica negli tra 1970-75, con il restauro degli anni '80.

Il presbiterio, prima della riforma liturgica e del recente restauro, aveva cinque gradini invece degli attuali tre e una balaustra con cancelletto in ferro battuto. La sistemazione attuale è del restauro degli anni '80, allora si è abbassato il pavimento del presbiterio per adattarlo alle attuali esigenze liturgiche, creando un passaggio quasi impercettibile dal pavimento della chiesa a quello dell'altare che nel primo progetto era elevato rendendo l'abside leggermente più bassa: meno imponente ma più visibile.

Nel giugno 1983 don Mario Geremia trasformò in altare e leggii un paliotto proveniente dall'antica chiesa di S. Benedetto che sorgeva sull'area dell'attuale piazza C. Battisti e databile con buona approssimazione al secolo XVIM

In precedenza il paliotto era usato per ornare la mensa dell'altar maggiore nelle festività più solenni. Forse sarà opportuno ricordare che con il termine "paliotto"s'intende la parte anteriore, in genere decorata a rilievo o ad intarsio, di un altare.

In origine l'altare era costituito da cinque pannelli che ornavano la parte anteriore e i lati dell'altare, ora i laterali sono sostituiti da copie mentre gli originali formano i leggii.

Un struttura architettonica molto semplice tutta dorata: un basamento, colonnine scanalate e foglie d'acanto chiudono ciascun pannello in cui su un fondo latteo spiccano figure geometriche a fondo rosso, campo per le figure simboliche a rilievi.

Le colonnine hanno scanalature profonde circa un centimetro e distanziate fra loro, così la luce che si posa sulla superficie convessa crea un intervallo non un'intermittenza nella superficie concava: è una pausa luminosa in una luce intensa, preparata dalla luminosità lattea del fondo in contrappunto con il rosso delle nicchie laterali e dell'ovale centrale.

Le figure (angeli ai lati e calice al centro) mettono in risalto il calice eucaristico sormontato dall'Eucaristia aureolata a raggerà e sostenuto da una testa alata, centro di una decorazione a spighe di frumento e grappoli d'uva che forma insieme ornamento dell'ovale e simbolo dell'Eucaristia che si celebra sull'altare.

Molto più ornati e simmetrici sono i due pannelli laterali: al centro di una nicchia è un angelo (ciascuno in diverso atteggiamento di preghiera ma entrambi nella stessa posizione). La nicchia ad arco (è un semicerchio schiacciato) si allaccia ai capitelli delle colonnine centrali con una fascia piuttosto ampia e con una semplice cornice in basso e una a tre elementi aggettanti in alto. L'arco è contornato da una cornice semplice e ornato con foglie d'acanto e semisfere fino a giungere alla foglietta d'acanto centrale (una graziosa chiave di volta).

Ai lati degli angeli due cerchi sostengono altrettanti grappoli d'uva (ancora un simbolo eucaristico).

Completano l'insieme i capitelli formati da due foglie d'acanto affrontate e volte verso il basso, mentre altre foglie d'acanto, volte verso l'alto, agevolano il passaggio dall'elemento verticale a quello orizzontale. Non sono fatto architettonico ma solo ornamentale. Hanno la stessa struttura sono le formelle laterali ora usate per i due amboni (leggii). Le raffigurazioni centrali, racchiuse in figure formate da rettangoli completati da semicerchi nella parte dei lati brevi, sono costituite da spighe e grappoli in elegante composizione con foglie di acanto.

Il tutto ha per base una fascia dorata con incavi a distanza regolare. L'insieme mette in risalto la maestria di esecuzione, l'eleganza delle forme sempre dolci e flessuose sia nelle figure angeliche, il cui panneggio è di estrema dolcezza, sia nelle decorazioni dorate su fondo rosso cupo.

L'accurato restauro è dovuto, per la parte lignea, ad Antonio Pertegato di Vicenza e, per la parte delle laccature ai Fratelli Toniolo di Nove.

L'altare originario che chiude il presbiterio separandolo dallo spazio destinato al coro è di poco valore artistico, i due santi martiri sono Leonzio e Carpoforo.

Lo sormonta un baldacchino dorato che ha all'interno la volta celeste e all'esterno è sormontato dal pellicano simbolo di Cristo che dona la sua vita per i fedeli poiché una leggenda racconta che l'uccello, se non ha cibo per i suoi piccoli si apre il petto e dà un pasto il suo cuore .

In precedenza il paliotto era usato per ornare la mensa dell'altar maggiore nelle festività più solenni. Forse sarà opportuno ricordare che con il termine "paliotto"s'intende la parte anteriore, in genere decorata a rilievo o ad intarsio, di un altare.

In origine l'altare era costituito da cinque pannelli che ornavano la parte anteriore e i lati dell'altare, ora i laterali sono sostituiti da copie mentre gli originali formano i leggii.

Un struttura architettonica molto semplice tutta dorata: un basamento, colonnine scanalate e foglie d'acanto chiudono ciascun pannello in cui su un fondo latteo spiccano figure geometriche a fondo rosso, campo per le figure simboliche a rilievi.

Le colonnine hanno scanalature profonde circa un centimetro e distanziate fra loro, così la luce che si posa sulla superficie convessa crea un intervallo non un'intermittenza nella superficie concava: è una pausa luminosa in una luce intensa, preparata dalla luminosità lattea del fondo in contrappunto con il rosso delle nicchie laterali e dell'ovale centrale.

Le figure (angeli ai lati e calice al centro) mettono in risalto il calice eucaristico sormontato dall'Eucaristia aureolata a raggerà e sostenuto da una testa alata, centro di una decorazione a spighe di frumento e grappoli d'uva che forma insieme ornamento dell'ovale e simbolo dell'Eucaristia che si celebra sull'altare.

Molto più ornati e simmetrici sono i due pannelli laterali: al centro di una nicchia è un angelo (ciascuno in diverso atteggiamento di preghiera ma entrambi nella stessa posizione). La nicchia ad arco (è un semicerchio schiacciato) si allaccia ai capitelli delle colonnine centrali con una fascia piuttosto ampia e con una semplice cornice in basso e una a tre elementi aggettanti in alto. L'arco è contornato da una cornice semplice e ornato con foglie d'acanto e semisfere fino a giungere alla foglietta d'acanto centrale (una graziosa chiave di volta).

Nel restauro degli anni '80 soni stati tolti i confessionale negli angoli verso l'altare sostituiti da una struttura architravata in pietra e un tavolino a destra e dal fonte battesimale a sinistra. Il fonte è interessante perché era quello dell'antica chiesa di S. Benedetto, ricuperato per caso nell'orto della canonica, nei primi anni 70. Si è fatta anche l'ipotesi che fosse quello originario della chiesa del Cimitero Vecchio, ma non c'è documentazione in tale senso.

Sicuramente, con la costruzione di questa chiesa con battistero se ne utilizzò uno "più moderno" e della stessa forma delle acquasantiere del XVM sec. che erano ai lati dell'ingresso.

Ci avviamo alla fine del nostro lavoro sulla chiesa parrocchiale e dobbiamo segnalare purtroppo un cambiamento del tutto indesiderato: il 23 agosto, in mattinata, è stato rubato il quadro di S. Giovanni Battista che si trovava all'interno della parrocchiale, adesso sopra il fonte battesimale non c'è niente.

Ci si augura che si possa ritrovare il quadro rubato.

Il Battistero

Prima della riforma liturgica il battesimo avveniva in un momento qualsiasi della settimana, era individuale, non l'accoglienza nella comunità di un nuovo membro ma un fatto privato che riguardava la famiglia e pochi intimi. Il battesimo quindi si svolgeva alla porta della chiesa.

Inoltre la mamma doveva sottoporsi al quella che in linguaggio comune si diceva "benedizione" e nel Vangelo è la Purificazione della Madonna (2 febbraio). Entrando sulla destra ora si vede una porta, in passato c'era un cancello di legno che lasciava intravedere l'interno. Qui si svolgeva la seconda parte della cerimonia del battesimo dopo che alla porta i genitori avevano espresso la loro volontà di educare alla fede il bambino e di rigettare il diavolo e tutte le sue "pompe", parola di origine greca che vuol dire processione, corteggio, accompagnamento ma che non era mai cambiata perché nella forma singolare è ancora usata, forse non correntemente.

Passiamo poi agli ambienti a lato dell'altare maggiore:

La cappella invernale, (a destra) in passato dedicata a S.Luigi Gonzaga (altare di S.Luigi) ora dedicata alla S.Croce in essa si trovano l'altare maggiore della chiesa di S. Benedetto (cappella) e il paliotto dell'altare di S. Zeno (paliotto) che fu pubblicato in occasione delle mostre palladiane del 1980 e ottenne un lusinghiero giudizio da parte di Sgarbi.

Sul soffitto un dipinto rettangolare di G. Pupin sr. che riprende il tema di Gesù e i fanciulli già presente a destra dell'altare e trattato dal Faccin.

Alla sinistra dell'altare maggiore si trova la sacrestia, il soffitto è stato abbassato per premettere l'installazione del riscaldamento e ha coperto l'affresco che rappresentava l'istituzione della chiesa con la consegna a S. Pietro delle Chiavi. Ora il soffitto ha una decorazione floreale e vi è un grande quadro di Ortelli che rappresenta la Flagellazione di Cristo.

A cura di Maria Maddalena Baice


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